Diamo una definizione di trasformazione digitale per esclusione

Molte aziende avviano processi di trasformazione digitale pensando di essere sulla strada giusta. Ma quest’assunzione se errata può costare cara.

Si fa un gran parlare di trasformazione digitale, e giustamente, è la più grande ondata di cambiamento che colpirà il mondo del business nei prossimi cinque anni.

Racchiude al suo interno i più grandi pilastri dell’attuale ecosistema digitale: automazione, interfacce application-to-application, IoT, intelligenza artificiale, comprensione del linguaggio naturale, analisi del comportamento utente, e molto altro ancora.

Soprattutto riguarda processi, metodi decisionali, e approccio al cliente. Le persone prima ancora che la tecnologia.

Ma non voglio parlare di questo oggi. Oggi voglio gettare una luce sulla strada sbagliata. Sulle discussioni che si fanno attorno a ciò che non riguarda la trasformazione digitale. E che spesso diventano bivi che portano a perdere tempo e denaro.

1. Trasformazione digitale non significa essere presenti sui social network.

Neanche se questo include TikTok o ClubHouse. Può sembrare un inizio drastico, e spero questo punto appaia eccessivo. Eppure molto spesso, specialmente nella mia esperienza corporate, ho visto persone limitare (o liquidare!) il processo di trasformazione digitale con la creazione di una pagina social aziendale. Talvolta in buona fede, altre volte riducendo il tutto a “ho sempre fatto business senza questi social, ma ora tutti li sopra a perdere tempo, ok, facciamolo”. Salvo poi dopo qualche mese chiudere tutto perché “nessuno viene sulla nostra pagina” oppure “non abbiamo tempo di gestire le lamentele dei clienti” (che torneranno come usuale a tempestare di mail e messaggi il call center).

2. Trasformazione digitale non significa avere un sito internet.

Anche questo un altro punto dolente, specialmente per un tessuto aziendale italiano che ha vissuto per decenni lontano dai poli di innovazione internazionale. Riuscendo, sperando e pensando (in quest’ordine) di poter vivere comunque. E quindi nel 2020 mi è capitato molte volte di trovare realtà – anche multinazionali, con fatturati importanti – con siti posticci, costruiti da web developer improvvisati, zeppi di errori e con framework obsoleti. Ma se avere un sito allo stato dell’arte è condizione necessaria per parlare con il proprio pubblico, non è un tema che riguarda la trasformazione digitale. È piuttosto un debito tecnico che va colmato quanto prima, residuo della rivoluzione precedente, quella del web 2.0.

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3.Trasformazione digitale non significa digitalizzazione.

Firma digitale, fattura elettronica, scan dei documenti, comunicazione paperless con i clienti, fax che spariscono dagli uffici (più o meno, non ancora del tutto). Ok, bene, giusto. Ma ancora siamo fuori dall’ambito della trasformazione digitale. Questo processo, corretto, non fraintendermi, doveva semplicemente avvenire 10 anni fa. Non è neppure più un bonus, semplicemente lo status quo.

4. Trasformazione digitale non significa adottare la metodologia agile.

Usciamo dal buio e andiamo verso la luce, sono d’accordo. Eppure adottare metodologie di lavoro agile ancora non riguarda la trasformazione digitale. Il framework agile esiste da dieci anni esatti, e possiamo dire sia stato ampiamente adottato da almeno cinque anni. È un grande passo avanti indubbiamente, ma ci sono molti casi di settori tradizionali, che pur adottando metodologie agili, non solo relativamente allo sviluppo del software, restano ancora process-driven e non people-driven. Ad esempio, il settore bancario e assicurativo.

5.Trasformazione digitale non significa migrare su servizi cloud.

Al posto di cloud metti pure qualsiasi altro filone tech di ultima generazione. Se la tecnologia è una variabile necessariamente presente nell’equazione della trasformazione digitale,  da sola non è sufficiente per realizzarla. Non senza attuare una radicale trasformazione nel business model aziendale.

Le funzionalità offerte dai moderni SaaS (o PaaS, CaaS, XaaS) sono esponenziali, ma se la trasformazione termina con l’aver ottenuto le credenziali di accesso al cloud, stiamo usando una Ferrari per andare a fare la spesa sotto casa. Bello, senza dubbio, ne parliamo con amici e colleghi, ma non è davvero nulla di diverso, o utile intrinsecamente, solo più costoso.

Ci sono anche dei sei, sette, otto in questa lista? Si sicuramente. Sarei potuto arrivare facilmente fino a dieci, ma sarei uscito dalla scopo di quest’articolo.
La trasformazione digitale implica un rivoluzione nel modo di pensare, progettare, realizzare business nella tua azienda. È un processo che parte dalle persone prima ancora che da tecnologia, tool e processi (ne abbiamo parlato qui, con una bella e concisa definizione).

Perciò usa quest’articolo come un BS-Detector tascabile, e quando qualcuno triggera un alert sui cinque punti sopra, prendilo da parte e fagli una bella spiegazione. Vuoi un supporto? Contattaci!

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