Piattaforme No Code & Low Code: punti di forza e debolezze

Il nostro punto di vista su una categoria di prodotti già diventato un trend

Stiamo attraversando una fase di crescita esponenziale del mercato delle piattaforme Low Code e No Code. Si stima infatti che nei prossimi dieci anni il comparto arrivi a generare un fatturato di oltre 180 USD Billion, con una percentuale d’adozione vicina al 75% delle aziende e una crescita composta (CAGR) del 31% (stats).

Entro il 2024, circa il 65% degli applicativi sul mercato avrà in qualche modo a che fare con piattaforme Low Code e No Code.

Cosa significa questo? Che quindi gran parte degli sviluppatori, software engineers, e specialisti della programmazione resterà disoccupato?

The future of coding is no coding at all.

Chris Wanstrath, CEO at GitHub.

Come spesso succede, dietro l’hype e le buzzword c’è una realtà meno netta, con molte sfumature.

Quali sono quindi i reali vantaggi, casi d’uso, svantaggi e problematiche connesse a questo tipo di prodotti?

Un po’ di storia

Le piattaforme No Code e Low Code sono diventate solo recentemente un fenomeno mediatico globale.

Il grafico relativo al termine “no code development platform”, indicato da Google come primario rispetto all’argomento No Code, inizia la sua crescita proprio a inizio 2020.

In realtà però la genesi del fenomeno può essere fatto risalire a due momenti topici. Due vere pietre miliari nella storia del software moderno, e ancor più nell’insieme ristretto degli applicativi B2B specialistici.

Il No Code arriva sul computer dell’ufficio

Nel 1985 arriva sul mercato Microsoft Excel. Per la prima volta è possibile, senza scrivere una di codice, creare rappresentazioni visuali di dati, creare automazioni più o meno complesse, connettere sorgenti dati diverse tra loro, automatizzare task a orari pianificati, gestire accessi e funzionalità in base a diverse utenze, eccetera. É davvero il calcio d’inizio di un movimento che guarda a un’utenza non necessariamente tecnica. Non interessata a interagire con il backend dell’applicativo, ritenendo sufficiente le funzioni espresse tramite GUI (Graphical User Interface).

Il No Code conquista il web

Nel 2003 arriva la prima svolta, con WordPress 0.7. In poco tempo WP monopolizza il mondo dei CMS (Content Management System), con una quota di mercato oggi stimata attorno al 40% dei siti internet mondiali.

Il cambio è radicale. É possibile infatti mettere online un sito internet con pochi click, senza alcuna competenza specifica.

Il successo di questo concept apre la strada ai successori, tra i quali citiamo Shopify nel 2004, Jotform nel 2006.

La consacrazione

Il vero boom arriva negli anni successivi, con lo sbarco dei due alfieri del movimento No Code, Bubble (2012) e a seguire Webflow (2013).

Webflow oggi è valutata oltre 2 miliardi di dollari, mentre Bubble ha recentemente (Luglio 2021) raccolto 100 milioni di dollari in un round serie A.

Low Code vs No Code

I due termini sembrano studiati apposta per generare confusione, tanto che trovare una risposta univoca da fonti autorevoli non risulta possibile.

Di fatto, l’industria utilizza in via interscambiabile, o parallela, i due termini.

Concettualmente possiamo identificare l’universo No Code come quello costruito interamente mediante GUI, e basato sul drag & drop degli elementi, mentre Low Code permette a discrezione dell’utente l’integrazione di snippet di codice personalizzati. Una differenza davvero marginale che non pare meritare una classificazione a sé stante.

Tra i tanti, sposiamo il punto di vista di Gartner che risolve la diatriba con un taglio netto:

“No-Code” is a marketing term, implying the tool is for Non-Professional Developers. Fundamentally there is really no such thing as “no-code.” It’s a marketing label, just like Salesforce’s slogan of “no software.” There is always code and software running somewhere, just hidden.

Dal nostro punto di vista, con la dicitura No Code intendiamo sia piattaforme identificate come Low Code quanto come No Code, anche ai fini di quest’ articolo.

Soluzioni ibride

La direzione del marketing più mainstream è spingere su soluzioni che mettono al bando la scrittura nativa di codice, ovviamente per ingolosire audience di maggiori dimensioni. Ma in ambienti più verticali si stanno affermando delle soluzioni ibride che uniscono elementi di No Code con strumenti di lavoro propri degli sviluppatori.

Pensiamo ad esempio a GitHub Copilot,  un tool di AI sviluppato da GitHub e OpenAI che permette di generare codice tramite un processo di apprendimento automatico. Detto in altre parole, questo tool, distribuito come un semplice plugin per i maggiori IDE\Editors (VS Code, Neovim, JetBrains), riesce a suggerire o auto completare gli script dell’utente attingendo a sintassi similari trovate su GitHub, e tenendo conto anche dello stile di scrittura dell’utente stesso.

OpenAI analogamente sta lavorando a una soluzione che consente ancora in via sperimentale di generare codice partendo da esempi in linguaggio naturale. Abbiamo già testato la API pubblica e le premesse sono davvero ottime, questo video fornisce una valida panoramica

La nascita del Citizen Coder

Un altro tema che sta crescendo in parallelo alla diffusione delle piattaforme No Code è quello del Citizen Coder.

Questa è l’essenza della cultura “No Code”: un software che permette agli utenti commerciali senza particolare background tecnologico di creare cose che prima solo gli specialisti potevano produrre.

D’altra parte oggi la quasi totalità dei ruoli aziendali hanno in qualche modo a che fare con strumenti tecnologici più o meno complessi. L’abbassamento di barriere a livello di utilizzo diventa anche quindi uno strumento di marketing importante per fare breccia in utenze non avanzate, ma con potere di spesa e decisionale.

Alfieri di questo movimento sono soggetti come Gartner, GitHub stesso, Scott Brinker.

La tecnologia diventa quindi democratica grazie alla tecnologia stessa, in una soluzione recursiva che abbatte barriere prima esistenti.

aziona no code

No Code: vantaggi e svantaggi

Cosa rimane oltre l’hype, oltre il marketing, oltre gli articoli pro o contro questo movimento? Abbiamo raccolto i principali vantaggi e svantaggi.

E poi come sempre, la verità sta nello scegliere lo strumento adatto alle proprie esigenze, e non viceversa farsi limitare dal tool che abbiamo a disposizione o che conosciamo.

Vantaggi

Costo: le piattaforme No Code hanno genericamente costi di utilizzo accessibili, con funzionalità gratuite o freemium e canoni flessibili ed estensibili. Sicuramente assumere uno sviluppatore si colloca su un’altra grandezza economica.

Tempistiche: le piattaforme No Code offrono funzionalità schematiche mediante interfacce drag & drop. Questo significa che i tempi di sviluppo si quantificano solitamente in giorni o settimane, non mesi.

Conoscenza: utilizzare strumenti tecnologici per quanto semplici essi siano garantisce comunque la diffusione della cultura del fare in azienda e incoraggia a sporcarsi le mani.

Autonomia: tipicamente lo sviluppo mediante piattaforme No Code avviene personalmente, quindi si abbattono le dipendenze rispetto a fornitori, dipartimenti, team di lavoro in generale.

Team di supporto:  dove queste piattaforme prevedono un canone, abbiamo solitamente anche un servizio di assistenza clienti, che ci consente di risolvere eventuali problemi bloccanti o situazioni non chiare. Cosa che non accade quando decidiamo di sviluppare la nostra app da zero.

Svantaggi

Flessibilità: le piattaforme No Code nascono per creare prodotti schematici su template predefiniti. Pertanto non abbiamo modo di allontanarci troppo da tali schemi.

Dipendenza tecnologica: mentre un linguaggio di programmazione è universale e traducibile nella quasi totalità dei casi, le piattaforme No Code prevedono l’utilizzo di tecnologia proprietaria che rende difficile poi traslocare altrove.

Sicurezza: non avendo controllo totale sul nostro applicativo, non abbiamo controllo totale neanche sulla sicurezza dello stesso. Ci affidiamo al nostro fornitore, ma con quali conseguenze? Quali rischi stiamo accettando?

Proprietà: l’applicativo che abbiamo sviluppato su tali piattaforme è davvero nostro? Dipende. Il più delle volte, non essendo esportabile, rimane implicitamente proprietà del fornitore del software di sviluppo. E ne segue anche le sorti (es. acquisizione, fallimento, liquidazione, ecc.).

Scalabilità: le piattaforme No Code nascono con in mente un caso d’uso ben specifico. Uscire da quel range, sia in alto che in basso, significa essere utenti sub-ottimali della piattaforma. Il nostro applicativo potrebbe non essere performante per il nostro volume di transato, senza aver però modo di intervenire su tale problematica.

No Code: quando è il caso di usarlo

Le piattaforme No Code sono strumenti tecnologici straordinari, e i trend ci dicono che ne sentiremo parlare sempre più in futuro.

Ma non sono d’altra parte la panacea di tutti i mali che alcuni claim sembrano promettere.

Casi d’uso davvero ottimi per testare soluzioni No Code possono essere:

User testing: A\B Testing, Smoke Test, e tutti i casi in cui occorre testare o validare nuove strategie si prestano bene all’uso di piattaforme No Code. Facili, rapidi, facilmente controllabili, cestinabili senza rimpianti.

Sviluppo MVP e prototipi: occorre testare la bontà di un nuovo prodotto, creare un layout per una sessione di validazione, creare materiale per una demo con investitori o clienti: perfetto. Sviluppiamo il prototipo o il nostro MVP in tempi brevi, e se tutto funziona, sviluppiamo con tutti i crismi del caso.

Low Budget: non abbiamo soldi per assumere sviluppatori o per  affidarci a professionisti. Sempre meglio allora tentare di costruire qualcosa con i mezzi che possiamo permetterci piuttosto che accantonare tutto. Forse proprio grazie a questi timidi tentativi potremmo proporci a partner o potenziali clienti e a quel punto scalare su modelli di sviluppo diversi.

Low Skills: se non siamo in grado di sviluppare applicativi da zero, e non abbiamo modo di assumere chi lo faccia per noi, usare piattaforme No Code che possano abbattere o abbassare le barriere d’utilizzo ci permette comunque di procedere.

Le migliori 10 piattaforme No Code per il 2022

Un elenco esaustivo sarebbe davvero lungo, questa la nostra shortlist delle migliori piattaforme No Code da provare nel 2022:

Bubble: usa Bubble per creare applicativi e layout web-based e mobile con un’interfaccia a griglia e elementi trascinabili.

Webflow: usa Webflow per costruire siti web da zero, responsive e dinamici.

Carrd: usa Carrd per creare siti responsive e accattivanti con rapidità.

Airtable: usa Airtable per creare fogli di lavoro potenziati, dinamici e interattivi.

AppSheet: usa AppSheet per raccogliere dati da piattaforme multi-utente in modo semplice.

ClickUp: usa ClickUp come centro operativo dell’azienda per gestire l’intero workflow di lavoro.

Notion: usa Notion per gestire documentazione e pianificazione tra più team e utenti.

Quixy: usa Quixy per automatizzare processi all’interno dell’azienda mediante logiche “if this then that”.

Obviously: usa Obviously per simulare scenari futuri senza dover scrivere algoritmi predittivi complessi.

Intercom: usa Intercom per automatizzare i servizi di messaggistica e customer care in azienda.

Il verdetto: no al No Code o sì al No Code?

In Aziona siamo partiti a sviluppare spesso (e volentieri!) dal classico foglio bianco, ma non ci arrocchiamo su posizioni difensive a priori verso l’esplosione di questa tematica.

Anzi, il contrario: tutto quello che è nuovo va testato, provato, valutato con apertura mentale e spirito curioso e giocoso, senza starci troppo a filosofeggiare sopra. Una volta compreso e toccato con mano, sarà anche più facile capire come eventualmente trarne beneficio.

Quindi anche con riguardo alle soluzioni No Code, sembra miope allora arroccarsi su una posizione ostruzionista per principio. Cogliamo invece quel che di buono hanno da offrire, senza posizioni assolutiste e senza che questi strumenti diventino un limite alla nostra possibilità di disegnare, creare, realizzare tutte le idee che abbiamo in mente.

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